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Tra wellness e camere altrui


di Distratta
26.08.2026    |    1.322    |    9 9.6
"Urlai, un suono animale, primitivo, mentre il mio corpo era scosso da spasmi incontrollabili..."
Quest'anno, il caldo torrido della pianura ci aveva stancati. Volevamo aria fresca, silenzio, natura. Così optammo per la montagna. Alta Badia, un hotel di charme con una zona wellness che, dalle foto, prometteva paradisiaci momenti di relax.
Appena arrivati, posammo i bagagli nella camera panoramica. Senza nemmeno aprirli, ci infilammo gli accappatoi bianchi e morbidi forniti dall'hotel. La zona piscina e spa era "adults only", e avevamo deciso di interpretare quella regola alla lettera: sotto l'accappatoio, niente. Assolutamente niente.
La porta dell'ascensore si chiuse, isolandoci nel cubo di cristallo e legno che scendeva verso il benessere. Marco si girò verso di me. Con un gesto naturale, aprì leggermente il suo accappatoio. E lì, già fieramente eretto, il suo cazzo mi fissò. Un sorriso complice gli sfiorò le labbra.
Io non resistetti. La mano scivolò sotto il mio accappatoio, poi sotto il suo, afferrando quella calda, dura carne. Mi chinai al suo orecchio, il profumo del suo bagnoschiuma ancora fresco sulla pelle. «Ho voglia di porcate», sussurrai, la voce già roca di anticipazione. «Tante.»
Lui gemette, una promessa silenziosa.
La zona wellness era un labirinto di luci soffuse, aromi di eucalipto e legno di cedro, il suono ovattato dell'acqua. Scoprimmo saune finlandesi, bagni turchi, una piscina idromassaggio a cielo aperto con vista sulle Dolomiti. E poi, una zona relax appartata, nascosta dietro un paravento di bambù. Una mezza dozzina di lettini a sdraio, avvolti in una penombra quasi totale. Non c'era anima viva.
Era perfetta.
Marco si distese su un lettino a pancia in su, l'accappatoio che si apriva naturalmente lungo i fianchi. Io mi inginocchiai sul pavimento riscaldato tra le sue gambe. Il suo cazzo, già bello duro, pulsava alla luce fioca. Senza preamboli, lo accolsi in bocca, sentendo il sapore pulito della sua pelle, la punta salata del pre-sperma. Contemporaneamente, le mie dita trovarono il suo ano, ancora stretto ma rilassato dal caldo della sauna. Ne infilai due, lentamente, sentendolo arrendersi con un gemito profondo.
Stava godendo, le mani che si intrecciavano nei miei capelli, i fianchi che seguivano il ritmo della mia bocca. Stavo per salire sopra di lui, per sentirlo dentro di me in quel luogo proibito, quando il suono di una porta che si aprì ci gelò.
Una coppia entrò nella zona relax. Sorrisi educati, sguardi che scivolarono su di noi. Ci ricomponemmo in un attimo, fingendo un innocente riposo. L'occasione era sfumata.
Erano le quattro del pomeriggio. Marco controllò l'orologio. «Tesoro, devo collegarmi a una riunione online dalla camera. Vuoi venire su? Nel frattempo sistemi le valigie?»
Stavo per dire di sì, ma lui continuò, il suo sguardo carico di un'intenzione precisa: «Oppure… tu rimani qui a rilassarti e a divertirti.»
Non era un suggerimento. Era un invito. Implicito, chiarissimo, elettrizzante. Era esattamente quello che voleva. Ed era esattamente quello che volevo io.
Lo baciai, un bacio lungo e bagnato che diceva tutto. Poi presi la sua mano, la guidai sotto il mio accappatoio, tra le mie cosce, e gliela premetti contro la mia vulva, già umida e calda. «Senti quanto sono eccitata», mormorai contro le sue labbra.
Quando ci staccammo, i nostri respiri erano affannosi. «Sappi», dissi, guardandolo dritto negli occhi, «che mi voglio proprio divertire.»
Lui sorrise, quel sorriso che amavo, fatto di complicità e desiderio sfrenato. «Fai pure. Io aspetto.» E se ne andò, lasciandomi sola nel tempio del relax, con il cuore che batteva all'impazzata e un fuoco tra le gambe.
Ricominciai a girare per la zona wellness, l'accappatoio allacciato ma non troppo, il passo lento e sinuoso. I miei occhi, dietro gli occhiali da sole, cercavano. Cercavano sguardi che non fossero distratti, desideri che corrispondessero al mio.
Li trovai in una coppia.
Erano distesi su due lettini vicini, forse sulla sessantina, ma con un'aria curata, sportiva. Lei, mora, capelli corti ed eleganti, corpo longilineo e sinuoso sotto un accappatoio aperto che mostrava gambe lunghissime. Lui, capelli brizzolati tendenti al bianco, petto depilato e asciutto, e tra le gambe… un bel cazzo. A riposo, ma di buone dimensioni, scappellato e lucido. Mi osservarono senza vergogna, lo sguardo che mi percorreva dalla testa ai piedi, come se stessero valutando un oggetto d'arte. O una preda.
Feci finta di nulla. Scelsi il lettino accanto al loro, a distanza ravvicinata. Mi distesi sulla schiena per un attimo, poi, con un movimento studiato, mi girai a pancia in giù, offrendo loro le spalle. Sollevai le ginocchia sul lettino, spingendo il bacino in alto, e mi sporsi in avanti come per sistemare l'asciugamano. Il movimento fece sì che le mie natiche si aprissero e che, tra di esse, la vista della mia vulva diventasse inequivocabile. E, soprattutto, che un filo lucido, trasparente dei miei umori scendesse lentamente lungo le mie cosce interne.
Rimasi in quella posizione per alcuni secondi, un'offerta silenziosa e oscena.
Poi mi distesi di nuovo, a pancia in su questa volta, l'accappatoio del tutto aperto.
Fu lui a rompere il ghiaccio. La voce era calda, colta, senza imbarazzi. «Buonasera. Siamo Claudio e Beatrice. Benvenuta.»
Mi sollevai sui gomiti. «Piacere», dissi, la voce un po' più bassa del normale.
Lui fece lo stesso, sedendosi sul bordo del suo lettino. Il suo cazzo penzolava, evidente, invitante. Beatrice, con un sorriso da gatta, si alzò e venne a sedersi sul bordo del mio lettino, così vicina che sentivo il calore della sua pelle.
«Ti piace?», chiese Claudio, seguendo il mio sguardo fissato sul suo membro. «Vedo che lo stai guardando. Se vuoi… possiamo giocare tutti e tre.»
Il sangue mi pulsò alle tempie. Era la frase che aspettavo.
«Sono qui per divertirmi», dissi, senza distogliere lo sguardo da lui. «Mio marito è in camera, ha una riunione online. Non scenderà. Ma io salirò da lui quando avremo finito… per mostrargli il risultato.»
Non aspettai una conferma. Portai una mano tra le mie cosce, trovai il mio clitoride gonfio e la mia apertura inzuppata. Infilai due dita dentro di me, fino alle nocche, le estrassi lucide e filanti. Poi, senza esitazione, portai quelle dita alla bocca di Beatrice.
Lei, spiazzata, ebbe un attimo di esitazione. Poi, i suoi occhi scuri incontrarono i miei, e vidi capire. Aprì la bocca. Le infilai le dita dentro, e lei le succhiò, lentamente, con un gemito di piacere. Quando le rilasciò, erano pulite.
«Ha veramente un ottimo sapore», disse, la voce rauca. «Ne voglio ancora.»
Fu la nostra svolta. Ci alzammo tutti e tre, un'intesa immediata e animalesca. Mentre uscivamo dalla zona relax verso gli ascensori, estrassi il telefono dalla tasca dell'accappatoio e scrissi a Marco: «Vado a scopare. A dopo.»
Il segno di "lettura" apparve immediatamente. Nessuna risposta. Solo quella conferma silenziosa, quella porta aperta.
La loro camera era una suite, più grande della nostra, con un enorme letto matrimoniale. Appena entrati, Claudio chiuse la porta a chiave. Il suono del chiavistello fu come un via libera.
D'istinto, mi inginocchiai davanti a lui. Con le mani, spalancai il suo accappatoio. Il suo cazzo era ora completamente eretto, lungo, spesso, con una vena prominente che pulsava. Lo presi in bocca, sentendo il sapore pulito della sua pelle, la punta già umida. Lo succhiai con avidità, mentre le mie mani gli massaggiavano le palle.
Dietro di me, sentii Beatrice inginocchiarsi. Le sue mani mi aprirono l'accappatoio, poi scivolarono lungo i miei fianchi fino a trovarmi tra le gambe. Le sue dita esperte aprirono le mie labbra, esplorando la mia umidità, sfiorando il clitoride. «Sei bagnatissima», sussurrò contro la mia natica.
Ci spostammo sul letto. Claudio si distese a pancia in su. Io mi cavalcai sopra di lui, senza cerimonie, guidando il suo cazzo verso la mia apertura. Non c'era bisogno di lentezza, di preparazione. Ero già aperta, pronta, avida. Calai tutto il mio peso su di lui, ingoiandolo tutto in un unico, profondo movimento. Un gemito mi sfuggì, di sollievo e di piacere puro.
Beatrice si mise in piedi davanti a me, sul letto. Le sue mani mi afferrarono i seni, i pollici che sfregarono i capezzoli duri. Poi si chinò e mi baciò, una lingua intrusiva e sapiente che si intrecciò alla mia. Mentre ci baciavamo, la sua mano scivolò tra i nostri corpi, trovò il punto dove Claudio entrava in me, e cominciò a stimolare il mio clitoride con movimenti circolari precisi.
Ero in estasi. Il cazzo di Claudio che mi riempiva profondamente, la lingua di Beatrice in bocca, le sue dita sul clitoride. «Mettimi le tue dita dentro», gemetti, rompendo il bacio. «Oltre al cazzo. Voglio sentirmi piena.»
Lei sembrò per un attimo non capire. «Vuoi le mie dita dentro… oltre al cazzo?»
«Sì!», ansimai, muovendomi su e giù su Claudio. «Mi devi aprire la figa! Voglio sentirmi aperta!»
Vidi un lampo di eccitazione perversa nei suoi occhi. Con delicatezza iniziale, infilò un dito dentro di me, accanto al cazzo di suo marito. Poi un secondo. La sensazione di riempimento raddoppiò. Gemetti più forte.
«Tre», ordinai, quasi ringhiando. «Mettine tre.»
Esitò. «Tesoro, non so se…»
«Vuoi aprirmi la figa, sì o no?», la interruppi, fermandomi, guardandola con uno sguardo che non ammetteva rifiuti.
Quella sfida la accese. Con un'espressione determinata, tirò fuori momentaneamente il cazzo di Claudio, lo avvolse nella sua mano formando un'unica, enorme massa. Poi, guardandomi fisso negli occhi, spinse.
Tutto entrò.
Un'onda di sensazioni mi travolse. Dolore, sì, ma immediatamente sommerso da un piacere così intenso, così profondo, così sporco da farmi urlare. Ero spalancata. Sentivo ogni centimetro di quella combinazione di carne e dita che mi lacerava e mi riempiva in modo glorioso.
«Così», gemetti, ricominciando a muovermi, ora guidando io quel conglomerato dentro e fuori da me. «Così va bene.»
Claudio e Beatrice erano immobili, lasciando che fossi io a controllare il ritmo, la profondità. Il mio utero sembrava raggiungibile, ogni nervo era acceso. Quando sentii che Claudio stava per esplodere, mi sollevai completamente, facendolo uscire da me.
«Sulla figa», ansimai. «Vienimi tutta sulla figa.»
Lui non se lo fece dire due volte. Afferrò il suo cazzo e, con pochi, potenti colpi di pugno, venne. Schizzi caldi e abbondanti mi colpirono l'addome, il pube, le labbra, colando lungo le mie cosce.
Beatrice, con una dedizione sorprendente, si chinò immediatamente. Con le dita, raccolse lo sperma di suo marito dalla mia pelle e lo spalmò con cura su tutta la mia vulva, massaggiandolo dentro le pieghe, come fosse una crema preziosa. Poi, guardandomi con uno sguardo di sfida, si portò quelle stesse dita alla bocca, le succhiò, raccolse lo sperma in bocca, e mi sputò tutto in faccia.
Il liquido caldo e viscoso mi colò lungo la guancia, il naso, il mento. Era degradante. Era esaltante. Pensai solo a Marco, a come mi avrebbe vista.
Ma Beatrice non aveva finito. «Hai fatto la prepotente», disse, la voce bassa. «Questo è perché mi hai ammonita.»
La sua mano, ancora sporca di sperma e dei miei umori, scivolò tra le mie natiche. Puntò l'indice contro il mio ano.
«Tieni due dita», sussurrò. «Anzi, te ne metto quattro in una volta. Tieni.»
Non ci fu preparazione. Non ci fu pietà. Infilò l'indice e il medio, poi, con una torsione, fece entrare anche l'anulare e il mignolo, stretti insieme. Quattro dita. Nel mio culo.
Un grido mi strappò dalle viscere. Il dolore fu acuto, lancinante, come essere squarciata. Ma nel secondo immediatamente successivo, come aveva fatto con la vagina, il dolore si trasformò in un'ondata di piacere così perversa, così totale, che mi fece vedere le stelle. Una scarica elettrica mi percorse la schiena, fece contrarre ogni muscolo.
«Non fermarti!», urlai, delirante. «Non fermarti!»
Con la mano libera, mi infilai due dita nella mia vagina, ancora dilatata e dolorante, e trovai il punto G. Lo stimolai freneticamente, mentre Beatrice muoveva le sue quattro dita nel mio retto, in un ritmo lento e profondo.
L'orgasmo che arrivò non fu un'onda. Fu uno tsunami. Un getto potente di liquido chiaro schizzò da me, inondando il basso ventre di Claudio, che giaceva ancora sotto di me, e il braccio di Beatrice fino al gomito. Urlai, un suono animale, primitivo, mentre il mio corpo era scosso da spasmi incontrollabili.
Quando finalmente mi calmai, Beatrice sfilò lentamente le sue dita. Sentii una sensazione di vuoto, di apertura. Il mio ano non si richiuse. Rimase… aperto. Un ricordo umido e pulsante di ciò che era appena successo.
Li salutai in fretta, senza troppe cerimonie. Mi rimisi l'accappatoio, sentendo lo sperma secco sulla mia faccia e il miscuglio di fluidi che mi colava lungo le cosce.
Tornai in camera.
Marco aprì la porta. I suoi occhi si spalancarono, poi si strizzarono in un'espressione di puro godimento.
«Wow…», esclamò, un sorriso enorme sul viso. «Ti sei proprio divertita. Sei sporca anche in faccia. Ti pulisco io con la lingua.»
Mi trascinò sull'uscio, e mi tolse l'accappatoio. Si chinò e cominciò a leccarmi il viso, con lunghe, lente passate di lingua, raccogliendo ogni traccia di sperma. «Mmmh… mi piace questo gusto.»
«È sperma di un signore», dissi, mentre le sue labbra passavano sul mio mento. «Lo stesso sperma che troverai anche sotto.»
Lui mi guardò, gli occhi che brillavano di desiderio malato. Sorrise, poi scese. Si mise in ginocchio davanti a me e cominciò a leccare. Leccò il mio addome, il mio pube, le mie labbra gonfie e violate. Gemette mentre assaggiava il miscuglio di sapori: il mio, quello di Claudio, quello di Beatrice.
«Mi ha aperta», gli dissi, mentre la sua lingua lavorava. «Con le dita. Tutte e quattro... nel culo. Il mio culo è rimasto aperto.»
Il suo gemito si fece più profondo. Si alzò di scatto, si tolse i pantaloni e le mutande. Il suo cazzo era durissimo, quasi dolorosamente eretto. Chiuse la porta a calci, lasciando l'accappatoio abbandonato fuori.
«Pompino», ordinò, la voce roca. «Adesso.»
Mi inginocchiai senza fiatare. Presi il suo membro pulsante in bocca e lo succhiai con tutta l'energia che mi rimaneva, con tutta la riconoscenza per la libertà che mi dava. Dopo pochi minuti, lui gridò, affondando le dita nei miei capelli, e venne. Schizzi caldi mi colpirono il viso, mischiandosi al residuo dello sperma dello sconosciuto.
Poi mi fece rialzare. Mi prese il viso tra le mani e mi leccò di nuovo, stavolta pulendomi con il suo sperma. Quando finì, si staccò, assaggiando le sue stesse labbra.
«Beh», disse, con un sorriso soddisfatto. «Come gusti… si assomigliano. Il suo un po' più dolce. Mi piacerebbe averne ancora.»
Lo guardai, il mio corpo ancora tremante, il mio culo e la mia figa che pulsavano di un piacevole dolore, il mio viso coperto di sperma vecchio e nuovo. Capii.
Quei giorni in montagna, all'insegna del relax, avevano preso una direzione ben precisa, irrevocabile.
Io sarei stata la predatrice, o la preda, nell'area wellness.
Lui sarebbe stato il mio spettatore, il mio complice, il mio assaggiatore.
E ogni sera, sarei tornata da lui, sporca, aperta, piena di storie e di sapori nuovi da condividere.
Era il nostro relax.
Era la nostra estate.
Era perfetto.
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